
Nel primo articolo di questo blog vi ho parlato del legame tra Freddie Mercury e Montreux. Ebbene, a meno di 10 km da questa splendida cittadina, sorge un’altra località, altrettanto affascinante e fondamentale per il turismo della zona:
Vevey

Forse è una meta meno celebre di Montreux, ma ha ospitato un cittadino illustre di tutto rispetto:
Charlie Chaplin
In questa località, e per la precisione a Corsier-sur-Vevey, il grande artista scelse di vivere dal 1953 fino alla sua scomparsa. Ma forse, per capire come sia arrivato fin qui, è meglio partire dall’inizio.
Charles Spencer Chaplin Jr., detto Charlie, nasce a Londra il 16 aprile 1889. È stato attore, sceneggiatore, regista, compositore e produttore ma, soprattutto, un comico che ha dato vita al personaggio del vagabondo Charlot, tanto sfortunato quanto profondamente umano.

Nelle sue pellicole mute, Charlot non era solo un personaggio, ma il simbolo di una vittima della società capace di riscattarsi continuamente. Lo abbiamo amato in capolavori come Il vagabondo, Il monello, Tempi moderni, Luci della città e La febbre dell’oro. Tuttavia, furono i suoi primi lavori — titoli come Charlot l’ingombrante, Charlot all’hotel o Charlot giornalista — a far conoscere la sua maschera al grande pubblico, prima della definitiva consacrazione avvenuta con Il monello accanto al piccolo Jackie Coogan.
L’intento di Chaplin era ambizioso: far riflettere sui mali del mondo attraverso il sorriso. Nei suoi film, la critica sociale è costante: incontriamo il ricco prepotente, camerieri cinici servili al denaro e poliziotti pronti a difendere il potente. Restano indimenticabili i suoi ritratti sulla condizione operaia: pensiamo all’inizio di Tempi moderni, dove l’immagine di un gregge di pecore sfuma in quella degli operai che entrano in fabbrica, o alla celebre sequenza in cui l’uomo si trasforma in un ingranaggio della macchina, schiavo della catena di montaggio persino durante i pasti.
Ma dietro il mito si nascondeva una gavetta durissima. Sebbene fosse figlio d’arte — sia il padre, Charlie Chaplin Senior, che la madre, Hannah Harriet Hill, erano attori di discreto successo — la sua infanzia fu tutt’altro che facile. Il talento, però, era già nel suo DNA: a soli sette anni, seguendo la madre nei teatri, Charlie calcava il palcoscenico attirando le prime simpatie del pubblico. Fu poi grazie all’influenza del padre che riuscì a entrare in una vera compagnia teatrale, trovando il trampolino di lancio definitivo per la sua straordinaria carriera.


Gli anni che seguirono furono segnati da prove ancora più dure: la perdita prematura del padre e l’insorgere di gravi disturbi depressivi che colpirono la madre. In un momento così delicato, Charlie si ritrovò a dover gestire da solo un peso enorme, prendendosi cura di lei con dedizione. Questo lo costrinse a mettere in secondo piano la sua nascente carriera, sacrificando temporaneamente le scene per rispondere a un richiamo familiare fatto di amore e responsabilità.


La svolta arrivò nel 1907, quando entrò a far parte della celebre compagnia di Fred Karno, carovana itinerante specializzato in varietà e numeri circensi. Il suo vero debutto in tournée avvenne con lo spettacolo L’incontro di calcio, in cui Charlie interpretava un viscido calciatore che, senza alcuno scrupolo, drogava il portiere avversario per assicurarsi la vittoria. Era un ruolo totalmente muto: fu proprio tra le quinte di quegli spettacoli che Chaplin iniziò a gettare il seme della gestualità e della mimica che avrebbero dato vita all’immortale Charlot.

La compagnia riscuoteva un successo crescente e i numeri di Chaplin convincevano sempre di più, specialmente quando iniziò a esibirsi in coppia con un giovane Stanley Jefferson. All’epoca era ancora un volto sconosciuto, ma il tempo lo avrebbe trasformato in un altro pilastro della comicità mondiale: Stan Laurel che, insieme a Oliver Hardy, avrebbe dato vita alla leggendaria coppia Stanlio e Ollio.
In quegli anni, su quei palcoscenici itineranti, erano ‘solo’ due giovani talenti destinati a cambiare per sempre la storia del cinema.

Oltre a calcare i palchi del Regno Unito, la compagnia iniziò a esibirsi in tournée negli Stati Uniti. Fu proprio durante una di queste trasferte che Charlie venne notato da un produttore cinematografico: quel contratto per i primi cortometraggi, segnò il suo decollo definitivo verso il firmamento delle star di Hollywood.
Il suo debutto sul grande schermo avvenne con Charlot giornalista. Nonostante il titolo evocasse già il suo alter ego, il personaggio era ancora un prototipo embrionale, lontano dalla figura definitiva che conosciamo; tuttavia, in quella prova già si intravedevano le basi della sua genesi, alimentata dalla raffinata pantomima appresa tra teatro e circo. Solo poco dopo, in pellicole come Charlot l’ingombrante e Charlot all’hotel, fece la sua comparsa l’icona immortale: bombetta, baffetti e bastone. Anche se l’estetica era ormai definita, il carattere del vagabondo era ancora in piena evoluzione, pronto a trasformarsi in una maschera di poesia e critica sociale.



«Mentre puntavo al guardaroba, pensai di mettermi un paio di calzoni sformati, due scarpe troppo grandi, senza dimenticare il bastone e la bombetta. Volevo che fosse tutto in contrasto: i pantaloni larghi e cascanti, la giacca attillata, il cappello troppo piccolo e le scarpe troppo grandi. Ero incerto se truccarmi da vecchio o da giovane, poi ricordai che Sennett mi aveva creduto un uomo assai più maturo e così aggiunsi i baffetti che, argomentai, mi avrebbero invecchiato senza nascondere la mia espressione. Non avevo la minima idea del personaggio. Ma come fui vestito, il costume e la truccatura mi fecero capire che tipo era. Cominciai a conoscerlo, e quando m’incamminai verso l’enorme pedana di legno era già venuto al mondo.»
(Charlie Chaplin, La mia autobiografia[12])

Fu però con il film successivo, Il vagabondo, che il personaggio venne universalmente definito e consacrato. Dopo aver interpretato circa un centinaio di cortometraggi, Chaplin decise di fare il grande salto: fondò la propria casa di produzione, iniziando a dare forma alla sua visione totale del cinema. Da quel momento, Charlie non fu più ‘solo’ un interprete, ma l’unico e geniale artefice delle sue opere, ricoprendo contemporaneamente i ruoli di regista, sceneggiatore e attore.



Dal 1921 ebbe inizio la sua vera consacrazione attraverso quelli che oggi consideriamo capolavori assoluti della storia del cinema. In un percorso che lo portò ad attraversare l’epoca del muto fino all’avvento del sonoro, realizzò opere immortali come Il monello (1921), La donna di Parigi (1923), La febbre dell’oro (1925) e Luci della città (1931). Quest’ultimo venne girato con il solo accompagnamento musicale, nonostante il sonoro fosse ormai una realtà consolidata. Chaplin ne era scettico, quasi intimorito: temeva che il parlato potesse spezzare l’incanto della sua mimica universale, consapevole di quante star del muto fossero state ‘scottate’ dal progresso, vedendo le proprie carriere stroncate da voci che il pubblico giudicava inadeguate o ridicole.
Per Luci della città, Chaplin compose personalmente la colonna sonora. Fu l’inizio di un’altra sua grande passione: la composizione musicale, che lo portò anni dopo a vincere un Oscar per la musica di Luci della ribalta.

Nel 1936 Chaplin diresse Tempi moderni, una feroce critica alla società industriale che accusava di trasformare gli uomini in schiavi o, peggio, in ingranaggi privi di anima. In questa pellicola compare per l’ultima volta lo Charlot che tutti amiamo. Sebbene la tecnologia del sonoro fosse ormai matura, Chaplin scelse di non dargli una voce parlata; scelse invece di farlo cantare. Nella celebre scena di ‘Io cerco la Titina’ (Je cherche après Titine), il vagabondo si esibisce in un irresistibile grammelot — un misto improvvisato di francese, italiano e spagnolo — che incantò il pubblico.
Fu il suo addio definitivo alla maschera iconica: Chaplin decise di abbandonare il personaggio proprio per non rischiare di snaturarlo o renderlo ridicolo con il parlato, consapevole che nessuna voce reale avrebbe mai potuto eguagliare il silenzio eloquente di un mito universale.
Successivamente, Chaplin scelse di mettere la sua arte al servizio di un impegno civile ancora più esplicito e coraggioso. Nel 1940 diede vita a Il grande dittatore, un’opera straordinaria che segnò una rottura definitiva con il passato. Per la prima volta, Chaplin non solo rinunciò totalmente al muto, ma utilizzò la parola come un’arma potentissima per parodiare Adolf Hitler e denunciare gli orrori del nazifascismo.

In questo capolavoro, la trama ruota attorno allo scambio d’identità tra un crudele dittatore, Adenoid Hynkel (chiara parodia di Hitler), e un umile barbiere ebreo. Come scriverà anni dopo nella sua autobiografia, Chaplin ammise con onestà quasi un senso di pentimento per aver girato il film: l’opera uscì infatti all’inizio del conflitto mondiale, quando il mondo era ancora tragicamente ignaro della portata dell’orrore sistematico che il regime nazista stava attuando nei campi di sterminio. Chaplin dichiarò che, se avesse conosciuto la reale entità di quelle atrocità, non avrebbe mai trovato il coraggio di scherzare sulla follia omicida dei dittatori


Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il barbiere ebreo — pur ricalcando fedelmente la fisionomia di Charlot — è un personaggio a sé stante: un uomo dolce, gentile e, per la prima volta nella storia di Chaplin, dotato di una parola propria. Al contrario, la sua controparte malvagia, il dittatore Adenoid Hynkel, si esprime in un tedesco inventato — un grammelot aggressivo fatto di suoni aspri, latrati e accenti marcati. È un linguaggio che non comunica nulla di senso compiuto, una scelta stilistica geniale per sottolineare la vacuità e la follia del potere assoluto
Il film si chiude con un celebre monologo, girato in un’unica, magistrale ripresa. In questa scena, sebbene sia il barbiere a trovarsi sul podio al posto di Hynkel, è in realtà Chaplin stesso a spogliarsi di ogni maschera per rompere la ‘quarta parete’. Guardando dritto nell’obiettivo, l’attore parla direttamente allo spettatore, rivolgendosi al cuore del mondo intero. Quel discorso — un inno alla fratellanza e alla libertà — non ha perso un briciolo della sua forza: ancora oggi risuona con una bellezza e una sensibilità sconvolgenti, confermandosi un messaggio di un’attualità quasi profetica.
«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non è il mio mestiere. Non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, gentili, neri, bianchi. Tutti noi vogliamo aiutarci l’un l’altro. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La buona terra è ricca e può nutrire tutti quanti.
La strada della vita può essere libera e bella, ma abbiamo smarrito la strada. L’avidità ha avvelenato l’anima degli uomini, ha sbarrato il mondo con l’odio, ci ha fatto marciare nel fango verso la miseria e il sangue. Abbiamo scoperto la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno. La nostra sapienza ci ha reso cinici, l’intelligenza duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste qualità la vita è violenta e tutto è perduto. […]
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi schiavizzano, che regimano la vostra vita, vi dicono cosa fare, cosa pensare e cosa sentire! Che vi istruiscono, vi danno la dieta, vi trattano come bestiame, vi usano come carne da cannone. Non consegnatevi a questi uomini-macchina, con menti macchine e cuori macchine! Voi non siete macchine! Voi non siete bestiame! Siete uomini! Avete l’amore dell’umanità nel cuore! Non odiate! Solo chi non è amato odia, chi non è amato e chi è innaturale!»
Dal “Il grande dittatore”


Nel 1943, Charlie conobbe la donna che gli sarebbe rimasta accanto fino alla fine dei suoi giorni: Oona O’Neill. Il loro incontro destò un enorme scalpore nell’opinione pubblica dell’epoca, poiché Oona aveva appena diciassette anni. Nonostante lo scandalo e la notevole differenza d’età, il loro si rivelò un legame profondo e indissolubile: dalla loro unione nacquero otto figli e Oona divenne la colonna portante della vita di Chaplin, accompagnandolo con devozione nel lungo esilio verso la serenità della vecchiaia.

Nel 1947, Chaplin girò il suo penultimo film americano, Monsieur Verdoux. Fu l’inizio della fine: l’aria negli Stati Uniti si faceva sempre più pesante. In quello stesso anno ebbe inizio la cosiddetta ‘Caccia alle streghe’: Chaplin finì nel mirino del senatore Joseph McCarthy, promotore di una violenta campagna d’odio contro chiunque nutrisse simpatie progressiste, socialiste o presunte ‘comuniste’.
Nonostante le pesanti accuse, Chaplin ribadì con forza la propria identità di ‘pacifista’. Data la sua fama mondiale, era naturale che avesse frequentazioni eterogenee, indipendentemente da fedi o ideologie, ma questo non fermò la Commissione per le attività antiamericane, decisa a ogni costo a dimostrare il contrario. In quel clima di terrore, molti artisti che si rifiutarono di collaborare o di ‘fare nomi’ finirono nelle liste nere, vedendo le proprie carriere distrutte. Il clima di sospetto alimentato dal senatore Joseph McCarthy scatenò una vera e propria persecuzione che colpì duramente il cuore dell’industria culturale americana. Questa moderna caccia alle streghe non fu solo un processo politico, ma un dramma umano che spinse alla disperazione e persino al suicidio figure come l’attore Philip Loeb o che stroncò prematuramente la vita di talenti come John Garfield, consumato dallo stress degli interrogatori.
La macchina del maccartismo non risparmiò nessuno inserendo in una “lista nera” invalicabile registi come Joseph Losey e Herbert Biberman. Per poter continuare a esercitare il proprio mestiere, molti di loro dovettero ricorrere a stratagemmi umilianti: sceneggiatori leggendari come Dalton Trumbo furono obbligati a lavorare nell’ombra per anni, scrivendo capolavori sotto falso nome o utilizzando dei prestanome per sfuggire al blocco professionale.
Anche giganti della letteratura e del teatro subirono l’urto della repressione. Arthur Miller fu interrogato e denunciato, trasformando poi quell’angoscia nell’opera Il Crogiuolo, mentre lo scrittore Dashiell Hammett scontò la sua coerenza con il carcere. In questo scenario di tradimenti e sospetti, attori come Zero Mostel videro le proprie carriere congelate per anni, mentre registi come Edward Dmytryk si trovarono davanti alla tragica scelta tra il silenzio, che significava la fine della carriera, o la denuncia dei propri colleghi per poter tornare dietro la macchina da presa.
Per chi volesse informarsi o approfondire l’argomento, metto una lista di film che trattano il periodo buio di Hollywood:
L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo), Good Night, and Good Luck, Il prestanome (The Front), Indiziato di reato (Guilty by Suspicion), The Majestic, Cacciatore di teste (One of the Hollywood Ten), Fellow Travelers.


Sempre sul filo del rasoio, e certamente senza poter immaginare che quella sarebbe stata l’ultima volta, nel 1952 Chaplin girò il suo ultimo film su suolo americano: Luci della ribalta (Limelight). L’opera è intrisa di una profonda malinconia, un vero e proprio testamento spirituale in cui Chaplin interpreta un anziano clown che ha smarrito il legame con il suo pubblico. È un riflesso amaro e consapevole di ciò che l’autore stava vivendo nella realtà: il tramonto di un’epoca e il dolore di sentirsi un estraneo nel Paese che lo aveva reso un mito.
In Luci della ribalta avviene un evento storico: Chaplin recita per la prima e unica volta insieme al suo grande “rivale” e amico Buster Keaton. È una scena leggendaria che segna l’addio di due giganti del muto.
Una nuova vita a Vevey

Mentre si trovava in viaggio verso Londra per la prima di Luci della ribalta, Chaplin fu raggiunto da una notizia scioccante: il governo americano gli aveva revocato il permesso di rientro. A causa delle sue idee politiche, era diventato un ospite non gradito; per tornare, avrebbe dovuto sottoporsi a un umiliante interrogatorio dei funzionari dell’immigrazione per dimostrare la sua ‘lealtà’.
Fu un colpo durissimo, ma la sua risposta fu di una dignità esemplare: Chaplin decise che non valeva più la pena lottare per un Paese che lo rinnegava. Scelse l’esilio definitivo in Europa e, come segno di rottura totale con gli Stati Uniti, consegnò il suo permesso di rientro in un gesto che sapeva di amaro sfregio. Si stabilì così in Svizzera, acquistando il Manoir de Ban: una splendida villa immersa in un parco secolare dove, circondato dall’amore di Oona e dei figli, trascorse i suoi ultimi anni ospitando amici illustri e ritrovando finalmente quella serenità che Hollywood gli aveva sottratto.


Nel 1957 Chaplin diresse il suo penultimo film, Un re a New York, una satira pungente e una feroce critica al maccartismo e alle persecuzioni di cui era stato vittima. Sebbene in Europa la pellicola riscosse un notevole successo, negli Stati Uniti la sua distribuzione venne ostacolata in ogni modo, a testimonianza di una ferita ancora aperta. Dieci anni più tardi, nel 1967, firmò il suo ultimo lavoro e la sua unica regia a colori: La contessa di Hong Kong, che vantava un cast d’eccezione con Marlon Brando e Sophia Loren. Nonostante l’indubbia qualità dell’opera e il fascino dei protagonisti, il film rimase lontano dai fasti dei suoi capolavori più iconici, segnando il congedo definitivo di un genio dal grande schermo.
Gli ultimi anni


Dopo il ritiro dalle scene, Chaplin visse gli anni più sereni della sua vita nella residenza svizzera, circondato dall’amore della moglie Oona e dei loro otto figli. Rimase al Manoir de Ban fino alla notte di Natale del 1977, quando si spense all’età di 88 anni. Quel pomeriggio, con un ultimo tocco di quella sensibilità che aveva caratterizzato tutta la sua esistenza, aveva chiesto a Oona di lasciare le porte di casa spalancate: voleva che le melodie dei canti natalizi potessero raggiungerlo fin dentro la camera.
Alle quattro del mattino, se ne andò in silenzio, quasi in punta di piedi. Le ultime immagini che lo ritraggono lo mostrano durante una tranquilla passeggiata sulle rive del Lago di Ginevra a Vevey, insieme alla sua Oona: un uomo che, dopo aver attraversato le tempeste del secolo scorso, aveva finalmente trovato la sua pace sulla costa svizzera.

Si sarebbe portati a immaginare che un genio di tale portata riposi in una maestosa cattedrale o in una cripta monumentale; invece, Chaplin è sepolto nel piccolo e umile cimitero di Corsier-sur-Vevey, protetto da una lapide di estrema semplicità. Fu proprio la facilità di accesso a quel luogo a permettere, nel 1978, un evento quasi incredibile: la sua salma venne trafugata da due disperati richiedenti asilo in cerca di riscatto.
I malviventi tentarono di ricattare Oona, chiedendo la cifra esorbitante di un milione di franchi svizzeri per la restituzione del corpo. Tuttavia, con una fermezza ammirevole, Oona si rifiutò di cedere, mandando a monte il macabro piano. Una volta recuperata, la salma fu sepolta nuovamente nello stesso luogo, questa volta protetta da uno spesso strato di cemento.

Questa vicenda surreale ha ispirato il film del 2014 ‘Il prezzo della gloria’ (La Rançon de la gloire), diretto da Xavier Beauvois, che racconta con un tocco di commedia amara questo ultimo, bizzarro capitolo della leggenda di Chaplin. Sebbene il film proponga fedelmente i fatti, si concede comunque una licenza poetica romanzando la storia nei nomi e nelle nazionalità dei protagonisti. Il finale mostra uno dei malviventi che, diventato clown di circo, si pittura il viso allo specchio con un’espressione triste — quasi un richiamo a Luci della ribalta — per poi entrare in scena con una camminata timida, come un novello Charlot, finendo forse per trasformarsi proprio in esso.

Dal 1991, anche Oona riposa finalmente accanto a lui. Negli anni successivi, i figli hanno scelto di onorare la memoria del padre donando al mondo la sua eredità più intima: hanno trasformato il Manoir de Ban in un museo. Dopo lunghi lavori terminati nel 2016, oggi il Chaplin’s World è diventato un luogo magico; una casa vibrante e piena di sorprese che celebra non solo il genio che ci ha regalato musiche immortali (come la celebre Smile) e film straordinari, ma soprattutto l’uomo che si celava dietro l’eterna maschera di Charlot. Visitare quelle stanze significa camminare nella storia, laddove il vagabondo più famoso del mondo ha trovato, infine, la sua vera casa.
Chaplin’s World


Tornando ai giorni nostri, il viaggio verso la villa inizia a Vevey. Si sale a bordo di un autobus che si arrampica lungo una strada ripida e sinuosa; man mano che si guadagna quota, il Lago di Ginevra si rivela in tutta la sua magnificenza, incastonato tra le montagne. La fermata è proprio di fronte alla dimora di Chaplin, protetta da un discreto muro di cinta.
Varcato il cancello principale, ci si trova al cospetto di questa elegante casa a due piani dalle pareti bianche, impreziosita da un terrazzo panoramico. Fa un certo effetto pensare che su quel prato camminasse proprio lui, magari conversando con alcune delle personalità più illustri del secolo scorso. Un vialetto conduce all’ingresso principale dove, appena varcata la soglia, l’emozione toglie il fiato: una statua di cera di Charlie Chaplin, ritratto nella celebre posa della locandina di ‘Un re a New York’, accoglie i visitatori con uno sguardo che sembra un invito silenzioso a scoprire i segreti della sua vita.


Da qui ha inizio un percorso ‘obbligato’ che conduce il visitatore nel cuore pulsante della vita privata dell’artista. Muoversi tra queste stanze non è come visitare un semplice museo, ma somiglia a un viaggio nel tempo: ogni arredo, ogni fotografia e ogni oggetto quotidiano sembrano sussurrare i segreti di una quotidianità finalmente serena. Si attraversa la biblioteca dove Chaplin studiava i suoi copioni, la sala da pranzo che risuonava delle voci dei suoi otto figli e il salone dove accoglieva gli amici di una vita, respirando un’atmosfera di pace.


Lungo il corridoio che conduce alla prima sala, le pareti sono adornate da fotografie private che ritraggono Chaplin in momenti di pura intimità familiare. Qui non appare il genio acclamato, ma un uomo qualunque: un padre affettuoso, un nonno premuroso. Tra gli scatti più emozionanti, spicca quello del suo arrivo al Manoir de Ban nel 1953, accolto da una folla festante che lo attendeva al cancello per dargli il benvenuto in quella che sarebbe diventata la sua dimora definitiva.
La prima stanza che si incontra è lo studio, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato: gli arredi sono quelli originali, rimasti esattamente dove si trovavano il giorno della sua scomparsa. Sulla sua scrivania si trovano oggetti carichi di storia, come un vecchio televisore a valvole e un affascinante antenato del proiettore. In questo spazio, il museo ha scelto di far ‘rivivere’ gli incontri storici di Chaplin attraverso fedelissime statue di cera: proprio qui, nello studio, si viene accolti da un sornione Winston Churchill, uno dei tanti amici illustri che amavano confrontarsi con l’acume del grande regista.


Tra lo studio e il salotto si incontra la sala da bagno, dove la serietà degli incontri storici lascia spazio a un momento di pura allegria. Qui, una statua di cera ritrae Chaplin nell’atto di entrare nella vasca con un balzo atletico e divertito. È una riproduzione fedele di una celebre scena del film ‘Un re a New York’: un dettaglio che trasforma un ambiente quotidiano in un set cinematografico, ricordandoci che per Charlie la vita e l’arte erano separate solo da un sottile velo di ironia.


Nella stanza successiva si apre il salotto principale, un ambiente che emana un calore d’altri tempi con le sue soffici e sontuose poltrone, il divano e il tavolino già pronto per il servizio da tè, come se la famiglia dovesse rientrare da un momento all’altro. Le pareti sono un vero archivio visivo: sono interamente ricoperte di quadri e fotografie che ripercorrono le tappe della sua leggendaria carriera.
Una vera ‘chicca’ per gli appassionati è il suo pianoforte: è emozionante pensare che proprio su quei tasti Chaplin abbia composto i motivi indimenticabili dei suoi film. Vedere quello strumento in un contesto così intimo ci ricorda che Charlie non fu solo un genio del muto e della regia, ma anche un musicista raffinato, capace di tradurre in note la malinconia e la gioia del suo tempo.




Ci inoltriamo poi nella sua camera da letto, un luogo intriso di una quiete quasi solenne: qui si trova il letto dove Chaplin si spense serenamente in quel Natale del 1977. Con ogni probabilità, la camera venne allestita al piano terra durante i suoi ultimi anni di vita, una scelta pratica dettata dal fatto che la villa si sviluppa su tre piani e all’epoca era priva di ascensore (installato solo di recente per agevolare il percorso museale). Entrare in questo spazio significa trovarsi faccia a faccia con la fragilità dell’uomo dietro il mito, nel luogo esatto dove quel lungo viaggio, iniziato nei sobborghi di Londra e passato per i fasti di Hollywood, è giunto alla sua conclusione definitiva.

Nella sala adiacente si apre la sala da pranzo, finemente apparecchiata con piatti, cristalli e stoviglie d’epoca, come se la famiglia e i loro ospiti stessero per accomodarsi da un momento all’altro. Ciò che colpisce immediatamente il visitatore è l’impressionante numero dei posti a tavola: una sfilata di sedie che ricorda, silenziosamente, quanto fosse numerosa la prole di Chaplin. Vedere quella tavola così grande aiuta a immaginare la vivacità di questa casa, un tempo animata dalle voci e dalle risate degli otto figli avuti con Oona, in un’atmosfera di convivialità che Charlie non aveva mai conosciuto durante la sua infanzia povera e solitaria.


Passiamo poi nella sala cinema privata, un ambiente carico di suggestione dove un proiettore anima una delle pareti con le immagini sgranate della vita familiare di Chaplin. L’atmosfera è così raccolta da sembrare quasi magica, ma il vero colpo di scena attende il visitatore tra le file di poltrone: seduti lì, in silenzio, troviamo le statue di Charlie e Oona, colti nell’atto di guardare lo schermo insieme a noi. È un momento di una tenerezza infinita, che permette ai visitatori di condividere idealmente un istante di quotidianità con la coppia, trasformando lo spettatore in un ospite silenzioso dei loro ricordi più cari.


Proseguendo lungo il corridoio che riporta verso l’uscita, veniamo indirizzati alle scale che conducono ai piani superiori. Questo livello esplora una dimensione meno domestica e più avventurosa della vita di Chaplin: una sala dedicata ai suoi innumerevoli viaggi accoglie il visitatore con un’esposizione di vecchie valigie, ricoperte da adesivi di alberghi e città di tutto il mondo, testimoni di una vita passata in giro per il globo.
Poco distante, un altro bagno riserva una sorpresa decisamente surreale: al suo interno troviamo Albert Einstein intento a specchiarsi. Ma è qui che accade l’inspiegabile: se provate a specchiarvi accanto a lui, la vostra immagine non comparirà. Questo gioco di specchi ‘impossibile’ non è solo un divertente trucco scenico, ma sembra quasi un omaggio alla natura geniale e fuori dagli schemi dei due amici, capaci di sfidare le leggi della logica e della fisica.

Continuando, entriamo in una sala decorata con centinaia di foto di personaggi famosi, dove una statua di Sophia Loren accoglie i visitatori all’ingresso.


Le stanze successive custodiscono i cimeli di una casa che un tempo pulsava di vita. Salendo in mansarda, tra schizzi e disegni preparatori, ci si imbatte in un pezzo di storia del cinema capace di fermare il fiato: il costume da angelo con le ali piumate del film Il monello, indossato per la celebre sequenza del sogno in Paradiso.
Una porta secondaria conduce alla terrazza, da cui si rientra verso il primo piano. Viene naturale immaginare Chaplin lì, a contemplare per ore il maestoso panorama del lago in un silenzio quasi reverenziale. Si potrebbe pensare che l’esperienza si esaurisca qui, e invece le sorprese sono appena iniziate. Oltre la soglia della villa, un sentiero si snoda verso una struttura moderna che, con le sue linee decise, sembra quasi sfidare l’eleganza classica della dimora. È proprio lì, in quel contrasto, che batte il vero cuore pulsante del museo.

Ricordo che quel giorno il caldo era asfissiante, una di quelle giornate afose e appiccicose che non ti lasciano respirare. Appena uscito dalla villa climatizzata, i 35 gradi esterni mi hanno investito come un muro. Cercavo disperatamente un po’ di refrigerio quando ho notato un cartello: “Cinema”.
Mancava poco alla proiezione successiva. Non sapevo cosa avrebbero trasmesso, ma l’idea dell’aria condizionata era troppo invitante per farmela sfuggire. Così sono entrato. Quando il personale ha aperto le porte, ci siamo ritrovati in una sala dall’aspetto normalissimo. Pensavo proiettassero un semplice documentario, ma in quel momento non mi importava: l’importante era godersi il fresco ancora per un po’.
Poi le luci si sono abbassate. Sullo schermo hanno iniziato a scorrere le immagini in bianco e nero dei suoi capolavori; il commento era in inglese e i sottotitoli in francese — che per noi era praticamente arabo — ma non serviva capire le parole. Il montaggio ripercorreva i momenti più alti della sua carriera, fino a culminare in una scena de Il monello.

Proprio mentre Charlot corre verso la cinepresa lasciando il vicolo vuoto dietro di sé, l’immagine improvvisamente si blocca. Restiamo tutti sospesi in un fermo immagine che non lascia presagire nulla. In quel silenzio, il telo dello schermo inizia a sollevarsi lentamente, svelando dietro di sé lo stesso identico vicolo dell’inquadratura, ma riprodotto in tre dimensioni. Era la scenografia reale, lì davanti a noi.
Nessuno se lo aspettava; ci siamo guardati in faccia tra l’incredulità e lo stupore. Proprio come ne La rosa purpurea del Cairo, i primi temerari hanno iniziato a camminare verso lo schermo e a entrare “dentro” l’immagine, diventando fisicamente parte della scena.

Entrammo anche noi, titubanti, per poi realizzare che eravamo diventati parte del film. Non c’erano solo arredi scenici, ma statue in cera così realistiche da sembrare vive: il poliziotto e il bambino nella celebre riproduzione del fotogramma de Il monello, con il piccolo che sbircia furtivo da un angolo.


In questo museo non ci si limita a guardare, si gioca con il cinema. Ci si può immedesimare in Charlot, muovendosi tra i set per riprodurre fedelmente le scene. È un’esperienza che cancella il confine tra spettatore e protagonista.





Proseguendo in questo viaggio surreale, ci si imbatte nei set dei più grandi capolavori di Chaplin. Ci si ritrova nel ristorante de L’immigrato, proprio davanti al cameriere intento a mordere una moneta per verificarne l’autenticità, oppure seduti a tavola accanto alla dama altolocata di Luci della città. Poco distante, si incontra la fioraia cieca, colta nel momento esatto in cui porge un fiore a Charlot.
Di fronte ai set, una serie di memorabilia e oggetti di scena invitano a un gioco di specchi: ci si può posizionare dietro a costumi parziali sagomati, appoggiando la testa per immedesimarsi, anche solo per una foto, nel Grande Dittatore, nel poliziotto o nel galeotto. È qui che il museo svela la sua vera anima: non un semplice archivio di memorie, ma un luogo dove chiunque può indossare i panni dell’omino con la bombetta e sentirsi, per un istante, parte della storia del cinema.


Continuando il percorso, ci si ritrova immersi nel magico mondo del “Circo”. Qui, l’omaggio di Chaplin si estende a tutto l’universo della clownerie e dello spettacolo: tra le statue di cera incontriamo maestri come Federico Fellini, Roberto Benigni e Arturo Brachetti. Poco più in là, ci aspettano Stanlio e Ollio, l’impassibile Buster Keaton e persino un incredibile Michael Jackson, tutti riuniti in una sorta di pantheon dell’intrattenimento.
Nelle sale successive, il cinema si fa fisico, quasi tattile. Ci si ritrova nella casa in bilico sulla scarpata de La febbre dell’oro, si incrocia lo sguardo di Paulette Goddard — musa, attrice e compagna di vita di Chaplin — fino ad arrivare al monumentale ingranaggio di Tempi moderni, pronto a inghiottire Charlot (e noi con lui).


Ovunque, le cineprese originali dell’epoca sono puntate verso di noi: non sono più solo oggetti da museo, ma sembrano osservarci, invitandoci a girare la nostra scena. In quel momento, il confine tra passato e presente svanisce del tutto.




Il percorso ci conduce poi dentro uno dei set più iconici e carichi di significato: la bottega del barbiere de Il grande dittatore. Qui, la statua di Chaplin sembra quasi invitarci a sedere sulla sedia originale per farci la barba, un momento sospeso tra la commedia e la potente critica sociale del film.
Dopo aver attraversato le scenografie del tribunale e della galera, ci si imbatte in un’altra sorpresa: la riproduzione di una banca dove spicca la statua di Woody Allen. È un omaggio esplicito a Prendi i soldi e scappa e alla profonda devozione di Allen per il cinema di Chaplin. Vedere questi due geni accostati, l’uno l’erede dell’altro, è il suggello perfetto di una visita che va ben oltre la semplice biografia.




Il percorso si avvia verso la conclusione lungo un corridoio dove il silenzio si fa più profondo. Qui, protetti da teche di vetro, sono custoditi i veri tesori: l’abito originale di Charlot, le scarpe consunte che hanno percorso chilometri di celluloide e l’inconfondibile bastone di canna di bambù.
Accanto a questi umili oggetti, che hanno dato dignità universale all’ultimo degli ultimi, brillano i documenti storici e, soprattutto, i riconoscimenti ufficiali di una vita straordinaria. Vedere dal vivo i suoi due premi Oscar è un colpo al cuore; è il momento in cui ci si rende conto che l’omino che abbiamo appena inseguito tra set e finzioni era un gigante che ha cambiato per sempre il linguaggio dell’arte.





La visita si conclude, come da rito, nel negozio di souvenir. Un consiglio spassionato: venite con il portafoglio pieno! È praticamente impossibile resistere, perché si trova davvero di tutto: dalla riproduzione fedele della bombetta e del bastone a tazze, magliette, agende e calamite, fino ad action figure curate nei minimi dettagli.
È l’ultima sosta prima di varcare l’uscita, portando con sé non solo un piccolo cimelio materiale, ma soprattutto la sensazione di aver vissuto, per qualche ora, dentro la magia in bianco e nero del cinema. Un viaggio che, partito dalla ricerca disperata di un po’ di aria condizionata, si è trasformato in uno degli incontri più emozionanti che si possano fare con la storia dell’arte.





È con un pizzico di malinconia che ho lasciato quel posto magico per tornare alla realtà e affrontare di nuovo il sole cocente. Ma, prima di ripartire, restava un’ultima tappa fondamentale per rendere omaggio al maestro: la sua tomba.
Non è stato affatto facile arrivarci. Le indicazioni sono tutt’altro che chiare e, con i telefoni che sembravano aver deciso di non collaborare proprio nel momento del bisogno, il navigatore è diventato inutile. Abbiamo dovuto contare sulla pazienza e sulla gentilezza dei passanti per scovare finalmente il piccolo cimitero.
È stato un momento di silenzio necessario, il modo più autentico per salutare l’uomo dietro la maschera, dopo aver giocato per ore con il suo mito. Un finale silenzioso e solenne per una giornata indimenticabile.
Si rimane sbalorditi dall’estrema umiltà di questo luogo. Oltre un cancello modesto, si nota un muretto alto appena un metro sormontato da una recinzione di metallo: vedendolo dal vivo, si realizza quanto sia stato purtroppo facile, nel 1978, trafugare la salma del maestro.
Non è un cimitero affollato o monumentale; non ci sono marmi sfarzosi a gridare la sua gloria. Somiglia più a un parco silenzioso, un angolo di pace fatto di prati e aiuole così curate che sembrerebbe quasi naturale vederci giocare dei bambini.
È in questa semplicità assoluta, così lontana dalle luci della ribalta e dai set monumentali visitati poche ore prima, che Chaplin riposa davvero. Un ritorno all’essenziale che, in fondo, è sempre stata la vera forza del suo cinema.
Grazie, Chaplin!
Curiosità:
Passiamo ora alle “chicche” che piacciono tanto a me: le curiosità, quelle storie a metà tra leggenda e realtà.
Ce n’è una particolarmente divertente che risale all’incirca al 1915, in piena “Charlot-mania”. In quel periodo iniziarono a fiorire ovunque concorsi per sosia di Charlot e pare che lo stesso Chaplin decise di iscriversi in incognito, senza però riuscire a vincere. Alcune versioni dicono che arrivò terzo, ma altre testate dell’epoca (come il Deseret Evening News del 1920) riportarono addirittura che non riuscì nemmeno a superare le selezioni per la finale. In un’intervista al Chicago Herald, Charlie ammise divertito di aver partecipato per scherzo e di essere rimasto sbalordito dal fatto che i giudici lo avessero scartato perché, paradossalmente, lo ritennero “non abbastanza simile a se stesso”. Evidentemente, gli imitatori esasperavano talmente tanto i suoi movimenti da far apparire l’originale quasi normale e noioso!
C’è una coincidenza storica che ha dell’incredibile: Charlie Chaplin e Adolf Hitler sono nati a soli quattro giorni di distanza (aprile 1889). Chaplin per Charlot usava i baffetti a “spazzolino” molto prima che Hitler diventasse famoso. Quando il dittatore ascese al potere, molti notarono la somiglianza. Si dice che Hitler avesse scelto quel tipo di baffi proprio perché rendevano il volto più riconoscibile, seguendo (ironicamente) la lezione di marketing di Charlot. Chaplin, dal canto suo, decise di non radersi per “sfidare” il dittatore, usandoli poi per sbeffeggiarlo.
Nonostante abbia scritto capolavori come Smile o la colonna sonora di Luci della ribalta (che gli valse l’Oscar), Chaplin non sapeva leggere né scrivere lo spartito musicale. Era un eccellente violinista e pianista “a orecchio”. Suonava le melodie che aveva in testa e le canticchiava a dei trascrittori professionisti che mettevano le note su carta per lui. Era un perfezionista ossessivo: poteva far rifare un arrangiamento decine di volte finché non suonava esattamente come lo “sentiva” nel cuore.
Nella celebre scena de La febbre dell’oro in cui Charlot mangia uno scarpone per la fame, quello che vediamo non è cuoio. La scarpa era fatta di liquirizia nera. Per girare la scena furono necessari diversi ciak e Chaplin finì per mangiare così tanta liquirizia che ebbe forti problemi digestivi per i giorni successivi, finendo quasi in ospedale per l’effetto lassativo della pianta!
Non si può parlare di Chaplin senza menzionare il suo complicato rapporto con gli Oscar. Nonostante il suo genio, l’Academy lo ignorò per decenni a causa delle polemiche politiche, ma il destino gli riservò una rivincita storica.
Il momento più emozionante avvenne nel 1972, quando Chaplin tornò negli Stati Uniti dopo vent’anni di esilio per ricevere l’Oscar alla carriera. Fu un evento senza precedenti: al suo ingresso sul palco, l’intera platea di Hollywood gli tributò una standing ovation di ben 12 minuti, la più lunga nella storia della cerimonia. Fu un gesto di scuse collettivo da parte di un Paese che lo aveva cacciato e che ora, finalmente, riconosceva di non poter fare a meno della sua arte.
Ma la vera “chicca” riguarda l’Oscar dell’anno successivo, quello per Luci della ribalta (1952). Sembra incredibile, ma Chaplin vinse il premio per la Migliore Colonna Sonora solo nel 1973, ovvero ventun anni dopo la realizzazione del film!
Il regolamento dell’Academy prevedeva che un film potesse concorrere solo se proiettato a Los Angeles. Poiché Luci della ribalta era stato boicottato e mai distribuito in California nel 1952 a causa del maccartismo, poté partecipare ufficialmente solo nel 1972, quando fu finalmente proiettato nelle sale di Los Angeles. Così, Chaplin si portò a casa una statuetta per un film “vecchio” di due decenni, stabilendo un record di attesa difficilmente battibile.
Nel 1921, dopo aver fondato la sua casa di produzione, Chaplin tornò a Londra attraversando l’oceano sulla RMS Olympic della White Star Line, la sorella gemella del Titanic. Nel 1952, invece, fece ritorno a Londra per la prima di “Luci della ribalta” imbarcandosi sulla RMS Queen Elizabeth.
L’aneddoto più famoso è quello della prima di Luci della città nel 1931. Einstein era l’ospite d’onore. Mentre la folla li acclamava, pare che si siano scambiati queste battute:
Einstein: “Quello che ammiro di più della tua arte è la sua universalità. Non dici una parola, eppure tutto il mondo ti capisce.”
Chaplin: “È vero. Ma la tua gloria è ancora più grande: tutto il mondo ti ammira, anche se nessuno ti capisce!”
Chaplin incontrò Gandhi a Londra nel 1931. Fu un incontro strano: Gandhi non aveva mai visto un film in vita sua e non sapeva chi fosse Chaplin. Parlarono a lungo della tecnologia. Gandhi spiegò il suo odio per le macchine che toglievano lavoro agli uomini. Si dice che da questa conversazione nacque in Chaplin l’ispirazione profonda per “Tempi Moderni”. Chaplin voleva mostrare come il progresso, se non gestito con umanità, potesse schiacciare l’individuo.
Churchill e Chaplin erano grandi amici, nonostante le idee politiche diverse. Churchill andò spesso a trovare Charlie a Hollywood. Entrambi soffrivano di periodi di profonda malinconia (che Churchill chiamava “il cane nero”). Si dice che durante i loro incontri parlassero poco di cinema o politica, ma passassero ore a discutere di pittura (entrambi dipingevano per scacciare la tristezza) e di quanto fosse difficile far ridere o governare un mondo che sembrava impazzito.
Il grande scrittore Shaw era un fan accanito di Chaplin. Una volta disse: “Chaplin è l’unico genio uscito dal cinema”. Durante un incontro, Shaw (molto alto e magro) disse a Chaplin (piccolo di statura):
- Shaw: A guardarti, la gente penserebbe che ci sia una carestia in Inghilterra”.
- Chaplin: “E a guardare te, la gente penserebbe che tu ne sia la causa!”.
Ne Il monello appare un bambino prodigio di nome Jackie Coogan. Forse il nome non suona familiare a molti oggi, ma anni dopo sarebbe diventato un’icona della TV nel ruolo dello Zio Fester ne La famiglia Addams. Purtroppo, Coogan è famoso anche per essere stato una delle prime ‘vittime’ dei genitori nel mondo dello spettacolo: tutto ciò che guadagnò da piccolo venne sperperato dalla madre e dal patrigno, lasciandolo sul lastrico. Purtroppo, non fu l’unico caso nella storia del cinema.
Nel 1992 è uscito un biopic sulla vita di Charlie Chaplin dal titolo semplice ‘Chaplin’ (distribuito in Italia come Charlot). Il film è diretto da Richard Attenborough, già regista del biopic premio Oscar ‘Gandhi’ e noto al grande pubblico per il ruolo del professore John Hammond in Jurassic Park. Per interpretare il protagonista fu scelto un giovanissimo Robert Downey Jr. Il film fu molto apprezzato proprio per l’interpretazione di Downey Jr., che ricevette la sua prima candidatura all’Oscar come Miglior Attore Protagonista. Curiosamente, nel film recita anche la vera figlia di Chaplin, Geraldine Chaplin, nel ruolo di sua nonna Hannah.






Citazioni:
Vi lascio con un elenco delle sue frasi più celebri e attuali, parole che ancora oggi troviamo scritte sui muri, nei diari o nei taccuini di tutto il mondo…
“Un giorno senza sorriso è un giorno perso.”
“La vita è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo.”
“Credo nel potere del riso e delle lacrime come antidoto all’odio e al terrore.”
“Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine, abbiamo bisogno di umanità. Più che di intelligenza, abbiamo bisogno di gentilezza e cortesia.”
“Ci vuole un minuto per notare una persona speciale, un’ora per apprezzarla, un giorno per amarla, ma tutta una vita per dimenticarla.”
“Il mio unico nemico è il tempo.”
“Per ridere veramente, devi essere in grado di sopportare il tuo dolore e giocare con esso.”
“Non troverai mai arcobaleni se guardi in basso.”
Consigli di viaggio:


Con questo vi dico solamente: andate a vedere questo meraviglioso museo! Come accennato, si trova a Corsier-sur-Vevey. È possibile arrivarci in auto, ma può diventare un viaggio piuttosto dispendioso tra carburante, pedaggi, il traforo del Monte Bianco o del Gran San Bernardo e la “vignetta” obbligatoria per le autostrade svizzere (senza dimenticare i limiti di velocità rigidissimi e le multe severe).
Considerando anche i costi di hotel e ingresso, il mio consiglio è di valutare il treno oppure l’aereo fino a Ginevra, per poi proseguire con i puntualissimi treni locali o gli autobus che portano direttamente al Manoir de Ban. Ne vale assolutamente la pena!
di Bonvicini Salvatore
Beh che dire, stupendo appassionale un posto da vedere e viverlo dal vero